martirio e speranza

1. Anche quest’anno sta davanti a noi una folla di testimoni, di ogni lingua, razza, popolo e nazione che ha versato il sangue per Cristo, facendo così di tutta la loro vita un dono e un segno di speranza per il mondo d’oggi. Infatti, di fronte ad un mondo che ha sempre più paura del futuro, di fronte a uomini e donne che non sono più capaci di sollevare lo sguardo e guardare in alto e di sognare, i missionari uccisi ci invitano ad essere ancora più forti nella fede, a credere che una nuova umanità è possibile, a sperare in un futuro migliore. Una vita spesa per amore ha la possibilità di trasformare le coscienze, cambiare la mentalità e la vita.
            Invece che motivo di tristezza, il martirio nella Chiesa è vissuto come fonte di forza, di energia e di speranza per continuare sulla stessa strada di Cristo, senza nessuna altra difesa se non il Vangelo. I martiri sono stati per la Chiesa degli inizi, e lo sono anche per la Chiesa di oggi, il chicco che deve morire per portare frutto, per generare altri cristiani.
            Il martirio pertanto è la manifestazione della morte cristiana nella sua dimensione escatologica, perché orienta lo sguardo e la vita dei cristiani e del  mondo intero verso la direzione giusta,: il Regno di Dio, regno di giustizia, d’amore e di pace.
Il perimetro della vita del martire è l’orizzonte del Regno. La speranza e l’attesa articolano le sue priorità, dettano la traiettoria delle sue decisioni. Sono esse gli atteggiamenti con cui abita il suo tempo e le sue relazioni. Sono le lenti che lo aiutano a leggere il senso delle vicende piccole e grandi della sua vita. La forza del martire è nella speranza che lo abita, il sentimento cioè che la sua esistenza sia luogo di una presenza che sorpassa qualunque altra presenza, di una ragione che supera ogni altra ragione, di un senso che contiene qualsiasi altro senso. Il suicida è disperato, il martire è solo speranza. Il suicida trova intollerabile vivere, il martire ama profondamente la vita e tutta la vita.

            2. La speranza è il nutrimento che sostiene il martire nell’offerta del suo sangue. Il suo non è uno sperare ingenuo e illusorio. Nel martire è forte la consapevolezza del limite scritto nelle realtà umane. L’Uomo è polvere e respiro divino. C’è in lui il vertice e l’abisso. La fragilità accompagna e descrive ogni manifestazione dell’umano. Gli amori, la fraternità, la comunione, la giustizia, tutto quanto c’è di nobile e di alto nella umanità porta il segno del limite, la frontiera tracciata nella polvere di cui siamo fatti. La speranza, che è il coraggio del martire, nasce dalla nostalgia profonda per una pienezza d’amore, di fraternità, di comunione, di giustizia, qui ed ora, solo intuita e imperfettamente realizzata. Versando il suo sangue, il martire diventa l’evidenza più alta di tale pienezza a cui tutta l’umanità è chiamata.
Il martire provoca alla speranza. La sua vita e, soprattutto, l’atto finale della sua esperienza terrena sollecita la speranza in chi resta. È un seme che muore, ma è anche promessa di spighe turgide. È chicco di grano affidato allo stridore del mulino, ma contiene già la fragranza del pane caldo. I cristiani sono chiamati a spiare oltre le ferite inferte ai loro corpi, come attraverso feritoie, per intravedere scenari splendidi del Regno che irrompe.
            Il testimone della speranza indica non cos’è la speranza, ma chi è la speranza. La speranza è Cristo, e si indica logicamente attraverso una vita orientata a Lui.

3. Anche oggi molti cristiani, e tra questi ben 24 missionari, sono morti per rimanere fedeli al mandato di Gesù: “andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura” (Marco 16,15), rimanendo in alcune zone del pianeta che in partenza sapevano essere difficili. “I progetti totalitari, scrive Riccardi (1), non sopportano una presenza cristiana che parla d’altro, cioè di libertà, di amore, di pace, soprattutto che non si piega all’idolatria del potere e dell’ideologia. Bisogna sopprimere lo spazio di cielo, anche rappresentato da una piccola comunità che si ritrova a pregare”.
            Il martirologio si arricchisce di ben 24 missionari che nel 2006 hanno dato la loro vita in fedeltà all’annuncio del Vangelo e al servizio dei più poveri. La loro è stata una scelta, una decisione di vivere fino in fondo una vita evangelica, sullo stile di Gesù. Per noi cristiani, il martirio non è mai un segno di fondamentalismo religioso: il martire muore per dare la vita agli altri, per salvare gli altri e non per toglierla … e nemmeno per essere ricordato o per dare alla sua vita una morte esaltante!
            Martire è l’uomo della fede quotidiana e della pratica dell’amore. Il martire cristiano muore in nome di colui per il quale già in partenza aveva offerto la sua vita, aveva deciso di vivere per lui! E’ la testimonianza portata a pienezza.
Il sangue versato dai martiri si fa goccia che alimenta quel fiume di grazia sgorgato dal costato lacerato del Cristo. La loro morte assume la forma della Croce.

Come Cristo, il martire muore a braccia spalancate: abbracciando, cioè.
Muore restando in piedi: da risorto, cioè.
Muore dicendo “si” nell’attimo stesso di morire.

La sua morte ha il gusto del dono, cadenze di danza, echi di festa. La sua morte è un parto: dolore e gioia, sangue e vagiti, mescolati insieme. Perciò stesso, il martirio alimenta la speranza. Esso proclama al mondo che è possibile vivere il Vangelo fino in fondo, che la via della Croce non è solo “dolorosa”, ma anche “luminosa”. Il martire grida con il suo sangue che vale la pena di vivere per Cristo e per i fratelli, ma vale anche la pena di morire per loro. Egli racconta di una fede capace di dare senso anche al più profondo dei non-sensi come il dolore, come la morte. Alla violenza egli ribatte che può mordere la carne del corpo, ma non intaccherà mai la carne della sua libertà.

4. La testimonianza dei missionari uccisi aiuta a superare tutte le forme di intolleranze e diventa per la Chiesa e per il mondo il segno del dialogo e della comprensione tra le culture e le religioni. “Fare memoria dei “nuovi martiri”, non può ridursi a mera rivendicazione, pur necessaria e legittima, del sacrosanto diritto alla libertà religiosa Né deve avere come preoccupazione immediata la richiesta, pur legittima, di reciprocità tra le fedi. Tanto meno può sfociare nella rabbiosa reazione di chi auspica una nuova crociata o una nuova guerra”. (2) I missionari consacrano ogni giorno, pur a fatica, la loro vita per il dialogo con i credenti di altre religioni. E capita spesso che a causa del Cristo sono stati uccisi cristiani di altre Confessioni.  Il loro comune martirio è un forte appello alla riconciliazione e all’unità della Chiesa. “E’ l’ecumenismo dei martiri e dei testimoni della fede – diceva Giovanni Paolo II (3), che indica la via dell’unità ai cristiani del ventunesimo secolo. Che il loro sacrificio sia concreta lezione di vita per tutti”.
            Sono morti che parlano di una fraternità che non conosce frontiere, e di un legame, in nome della fede, tra genti di cultura e di paesi diversi. Per i missionari uccisi, la gente di paesi e spesso anche di religioni diverse, era importante , tanto da rischiare la vita per loro.  Prova ne è che alla loro morte, spesso, la gente del luogo li ha riconosciuti come parte viva del popolo! L’esempio recente di Suor Leonella lo dimostra chiaramente: molti mussulmani si erano recati all’ospedale per donare il sangue!

5. I martiri ci danno la forza di andare avanti. Sono uomini e donne al seguito di Cristo che hanno mostrato che il perdono e l’amore è più forte dell’odio; con il loro sacrificio ci indicano che il Signore è ancora oggi risorto e vivo, colui che vince il male e la morte.
            Senza la loro testimonianza il mondo sarebbe più povero e più arido, sarebbe ancora più difficile sperare. Nelle molte oscurità che il mondo attraversa, i martiri brillano come e le stelle e con la loro testimonianza illuminano il cammino dell’umanità verso la luce che è Cristo.
            Attraverso il ricordo e il sacrificio dei missionari uccisi per il vangelo, si rende presente oggi la passione, morte e risurrezione di Gesù Cristo, fonte e sorgente della speranza per il mondo.

  • Prefazione di A. Riccardi al nuovo libro di G. FAZZINI, Lo scandalo del martirio, Ancora, Milano 2006.
  • Cfr. G. FAZZINI …, pag. 16.
  • Omelia del 27 giugno 2001.
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